mercoledì, 17 ottobre 2007
A pochi giorni dalle Elezioni federali di domenica prossima, grazie al blog di politicaduepuntozero, scopro un interessante dossier di swissinfo dedicato alla campagna elettorale «elettronica».
L'articolo riporta l'opinione di Mark Balsiger secondo il quale almeno un candidato su due ha un proprio sito internet; tuttavia, la maggior parte usa questo medium in modo piuttosto maldestro.
Infatti, aggiungo io, la conoscenza dei meccanismi e delle regole non scritte dei blog non si improvvisa e, come si diceva ieri chiacchierando con un'amica blogger, ancora prevale la (errata) convinzione che una buona grafica sia l'aspetto più importante.
E i contenuti?
Per quelli, prevale il «fai da te» perché, si pensa, «tanto la gente non legge».
È vero: la gente non legge gli articoli e le pagine... illeggibili.

Il lavoro non manca. Le cose da imparare sono ancora molte. Per questo, mi sono iscritto alla newsletter di Mark Balsiger (tra le sue referenze trovo anche quella della Consigliera federale Doris Leuthard) e ho aggiunto tra i feed quello del suo Wahlkampfblog (Il blog della campagna elettorale)
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categoria:al lavoro, libere opinioni
venerdì, 12 gennaio 2007
Il prossimo 1 aprile il Cantone Ticino sceglierà le donne e gli uomini per il Consiglio di Stato (o governo, 5 eletti) e il Gran Consiglio (o parlamento, 90 eletti) per gli anni 2007 – 2011.
Fra i candidati, Marina Masoni, Consigliere di Stato dal 1995, fortemente contestata (nel Paese ma anche nel suo partito) ha scelto di punteggiare la campagna elettorale con metafore sportive. Dapprima quella di una corsa (sottointeso: in salita) con una «bicicletta militare» che, nell’immaginario comune, è pesante, con un unico rapporto e con i freni «a tamburo».
Adesso dal ciclismo passa al calcio. Fra i suoi sostenitori si è schierato Kubilay Turkylmaz (per tutti Kuby), già centravanti della nazionale Svizzera (di calcio) e del Brescia.

Dal punto di vista della comunicazione, ci sono alcuni aspetti sui quali voglio riflettere.

Nell’intervista scritta, la mano dell’esperto in comunicazione è (troppo) evidente: Kuby dà di sé un’immagine non autentica, per la scelta dei temi e le espressioni usate.
Difficile, per me, credere che Kuby abbia seguito con attenzione la politica ticinese al punto da «ammirare il lavoro quotidiano dei consiglieri di Stato» e da considerarli «una squadra compatta» impegnata a «risolvere nel miglior modo possibile i tanti problemi che un cantone crea giornalmente». Oltretutto, questa è un’autorete. Il cantone, come entità geografica, non crea certo dei problemi. Per i Ticinesi, però, il Cantone sono il governo, il parlamento e l’amministrazione cantonale. E allora affermare «il cantone crea tanti problemi» diventa un giudizio negativo sugli stessi consiglieri di Stato.
Quanto poi alla «squadra compatta» bisogna ricordare che, nell’autunno 2003, la maggioranza del governo tolse a Patrizia Pesenti una parte delle sue competenze, per poi reintegrarla in tutti i suoi compiti alcuni giorni dopo (anche) su pressione della piazza.
Più recentemente, Luigi Pedrazzini, presidente del governo, ha paventato il rischio che, se fossero rieletti tutti gli attuali, il Ticino si ritroverebbe «con cinque consiglieri di Stato, ma senza un governo». Altro che squadra compatta. Alla mente ritorna la «cacofonia di tenori stonati» con la quale Alex Pedrazzini (allora uno dei tenori) definì l’agire del governo eletto nel 1995.
E si potrebbe continuare.
Così, ad esempio, Kuby non ha bisogno di ricordare di non essere un politologo e di non (saper) fare analisi raffinate. Chi lo conosce sa che le analisi raffinate le sa fare quando parla di calcio. Inutile anche sottolineare che il suo impegno è «a titolo assolutamente gratuito».

In un’intervista televisiva, Kuby parte davvero alla grande. Ripete bene i primi concetti dell’intervista scritta. Alla seconda domanda, però, ecco il vero e autentico Kuby. E, allora, il sereno e pacato giudizio sui consiglieri di Stato incapaci di risolvere i problemi con uno spirito di squadra, diventa un più autentico «modo [di fare] anche vigliacco» e il Fiscogate «una campagna abbastanza schifosa, per invidia».
Kuby è una persona generosa, sanguigna e passionale. Forse, gli è stato suggerito di sottolineare anche i risultati ottenuti da Marina Masoni. Tra questi anche la creazione di nuovi posti di lavoro. Con la generosità che gli è propria, Kuby, assolve il compito e va oltre.
Ne viene fuori uno strano parallelo tra politica economica e politica di integrazione degli stranieri. Infatti, i «circa 8 mila [nuovi] posti di lavoro» diventano un’opportunità per «la migliore integrazione per chi viene dall’estero ed è per questo che io sostengo….. [segue una strana e incomprensibile cantilena]»
Suggerire che i nuovi posti di lavoro siano stati occupati dagli stranieri non è certo - oltre che sbagliato - il messaggio che Marina Masoni desidera abbinare ai risultati ottenuti con la politica economica, e nemmeno la risposta che vuol dare alla mamma che le ha chiesto di fare in modo che il Ticino possa offrire a suo figlio «un posto di lavoro vero, che lo impegni e gli dia soddisfazione».

Nella mente tornano raccomandazioni lette più volte. Il testimonial, per essere efficace, deve essere autentico. Se per rientrare nella strategia scelta bisogna chiedergli di non essere fino in fondo se stesso o di avventurarsi su terreni a lui sconosciuti è meglio rinunciare. I rischi di autoreti (anche senza fare scendere in campo calciatori) sono troppo elevati.
E questo senza dubitare nemmeno un attimo dell’autenticità di Kuby nel suo sostegno a Marina Masoni. A lasciarmi perplesso è sono le modalità con le quali è stato «messo in campo». Oltretutto, in una squadra, c’è posto per un solo centravanti: la rete decisiva (cioè la rielezione il 1. aprile) la deve segnare Marina Masoni.
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categoria:pensieri sparsi, libere opinioni
martedì, 31 ottobre 2006

Premessa

La densità di mezzi di informazione nel Canton Ticino (320'000 abitanti) è, forse, da record: 3 quotidiani, 2 giornali domenicali, 3 settimanali di partito, una radio pubblica (3 reti), 2 radio private, una televisione pubblica (2 reti) e una televisione privata.

In attesa di uno studio sui costi di questa densità (ad esempio in termini di difficoltà decisionale delle autorità), non vi sono dubbi in merito alla particolare sensibilità (meglio suscettibilità) degli attori, siano essi giornalisti o editori.

 

Il fatto

Mirella de Paris, giornalista della RSI, ha condotto, negli scorsi giorni una trasmissione dedicata agli «Spin doctor» ovvero, per usare il titolo di un libro di Marcello Foa, «gli stregoni della notizia», coloro che ad arte «fabbricano» notizie con finalità che vanno oltre una corretta informazione. Nel corso della trasmissione, Mirella ed il suo ospite citano, quale possibile esempio un articolo di un «giornale locale».

Apriti cielo! Telefonate, proteste e pressioni. Il risultato: la RSI decide di diffondere un comunicato di rettifica. I dettagli e la versione di Mirella li trovate qui.

 

Qualche ricerca

Pochi click bastano per ritrovare l’articolo citato.

«Non è allattato ma è sveglioL’intelligenza del bebé non dipende dal latte materno».

Ma dall’archivio online emerge anche un altro articolo:

«Latte di mamma “anti grasso”L’allattamento naturale riduce i problemi di soprappeso».

 

I miei commenti

1. Sono sorpreso dalle analogie fra l’origine dei dati che hanno offerto lo spunto per i due articoli.

In gennaio la fonte era chiara: uno studio dell’Havard School of Public Health di Boston condotto su 5'600 ragazzi e le loro madri.

In ottobre si parla invece di un generico database statunitense con dati riferiti a oltre cinquemila bambini americani, figli di circa tremila madri, in parte allattati al seno e in parte nutriti con latte in polvere.

Sarà certo una coincidenza ma non riesco a cancellare il sospetto che i dati alla base dei due articoli siano gli stessi. Se così fosse, l’articolo di ottobre potrebbe anche essere una “notizia Findus”, tolta dal congelatore (chissà perché? Magari grazie ad un bravo spin doctor) non già dal settimanale locale ma dall’autorevole British Medical Journal.

 

2. L’articolo del 15 ottobre mi sembra scritto con la preoccupazione di tranquillizzare le mamme che per una qualsiasi ragione non possono (o non vogliono) allattare. Centrale è per me la frase: «Le mamme che non riescono ad allattare il proprio bambino […] possono star tranquille: i loro figli non saranno meno intelligenti […] per questo motivo».

Lo stesso articolo mi dice però anche che il quoziente intellettivo e le capacità di imparare sono significativamente influenzate dall’intelligenza materna, dagli stimoli che il bambino riceve a casa, dall’ordine di nascita e dalla situazione finanziaria della famiglia.

E allora, partendo dallo stesso database, si potrebbe forse sostenere che, almeno nella società statunitense, solo le mamme con buone condizioni finanziarie possono permettersi di allattare. Un’ipotesi che, se confermata, più che le indubbie qualità alimentari del latte materno, chiamerebbe in causa le disuguaglianze sociali.

 

Conclusione

Indipendentemente dalle intenzioni degli «Spin Doctor» ogni notizia è fortemente influenzata dall’approccio culturale (talvolta anche “ideologico”) di chi la riferisce.

Non mi scandalizzo. Cerco di esserne sempre più cosciente. E, quando posso, di mostrare anche come, partendo da approcci o ipotesi diverse si possa giungere a conclusioni diverse, talvolta anche opposte.

Anche per questo chi scrive dovrebbe sempre dichiarare da che parte sta o, per riprendere una pubblicità locale, «dichiarare il proprio colore».

 

P.S.: Rinnovo a Mirella la solidarietà per quella che, a mio avviso, è stata un’ingiustizia.

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lunedì, 25 settembre 2006
«„Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio“. Come dire chi ha fede dimostri che Dio ha a che fare con la ragione, che il suo Dio è la risposta al desiderio di verità, di bellezza, di giustizia che ogni uomo ha nel suo cuore».
Questo, secondo Claudio Mésoniat, il senso del discorso di Benedetto XVI all’università di Regensburg che il Giornale del Popolo ha pubblicato sabato nella versione integrale.
Negli scorsi giorni ho letto il discorso del Papa alla ricerca del contesto nella quale è inserita la frase che, ripresa dai media occidentali e dal Al Jazeera ha scatenato le ire dei fondamentalismi islamici.
Riconosco di non avere gli strumenti per comprendere (già alla prima lettura) tutti i passaggi e le sottigliezze della lezione di Benedetto XVI. Tuttavia, continuo a chiedermi cosa abbia aggiunto alla forza del messaggio centrale (quello appunto riassunto da Mésoniat) la citazione del passaggio con il quale l’imperatore bizantino Manuele II si è rivolto “in modo sorprendentemente brusco” al suo interlocutore per contestare che si possa diffondere la fede per mezzo della spada.
Per la mia comprensione, la frase contestata non aggiunge nulla. Tantomeno, il cuore del messaggio del Papa avrebbe perso di significato o di forza se Manuele II fosse stato citato solo per la convinzione che:
«Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (sun logo) è contrario alla ragione di Dio. La fede è frutto dell’anima non del corpo. Chi dunque vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia…».
 
Il prof. Ratzinger conosce certamente il sistema dei media. Un sistema che ha contribuito anche a dare forza ai messaggi del suo predecessore Giovanni Paolo II. Proprio per questo doveva sapere che la frase incriminata sarebbe stata estratta dal contesto e rilanciata in tutto il mondo.
E male interpretata. Non solo dai Mussulmani ma anche nel mondo Occidentale. Non solo da coloro che desiderano “respingere la religione nell’ambito delle sottoculture” ma anche da coloro che si appoggiano alla fede e agli insegnamenti del Papa per dare forza alle loro sottoculture.
La prova di questo doppio pericolo la trovo su Il Paese del 22 settembre. Il settimanale della sezione ticinese dell’Unione Democratica di Centro riporta la frase che ha scatenato la polemica quale “supporto della condanna che la Chiesa pronuncia nei confronti della violenza quale strumento per l’imposizione della propria fede”. Una condanna che – dopo il malevolo ricordo delle “colpe” della stessa Chiesa nelle fasi storiche dell’Inquisizione e delle crociate – offre il via ad un rozzo attacco allo “oscurantismo religioso bigotto e intollerante” (sottinteso: anche quello cattolico) ma anche a coloro che desiderano mantenere un atteggiamento aperto al dialogo e una politica delle immigrazioni aperta e votata all’integrazione. E quanti, per favorire l’integrazione e il dialogo tra le culture (e in particolare fra quelle che si riferiscono all’unico Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe) sono disposti anche a permettere la costruzione di moschee e di minareti sono squalificati e definiti: “che gonzi!”.

Capisco il dolore del Papa per essere stato frainteso: la sua volontà di dialogo è chiara ed è stata ribadita ancor oggi e sono anche convinto che in cuor suo abbia riconosciuto almeno una certa imprudenza. Da persona intelligente, forse, sarebbe anche disposto ad ammetterlo: ah, se non ci fosse di mezzo il dogma dell'infallibilità (per altro limitato solo alle questioni della fede).
 
 
Il Giornale del Popolo è il quotidiano della Diocesi di Lugano. Il Vescovo Mons. Pier Giacomo Grampa è presidente del Consiglio di amministrazione.
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categoria:libere opinioni
lunedì, 27 giugno 2005

Apriamo gli occhi  

Mercoledì scorso (22 giugno) i treni svizzeri si sono fermati per 4 ore. Un cortocircuito ha fatto crollare il mito della patria dei treni sempre in orario. Qualche anno fa era toccato alla Swissair, con gli aerei rimasti bloccati a terra: mancavano i soldi per acquistare il carburante.

Mercoledì mi sono recato al lavoro in treno. Nel ritorno ho dovuto "subire" una mezz'ora di ritardo. Niente di grave. Il fatto non mi ha sconvolto; mi ha invece confermato che il "Sonderfall Schweiz" non esiste più. Che lo vogliamo o no, siamo in Europa, dobbiamo fare i conti con i Paesi che ci circondano, non siamo i più bravi.

Ma pare che molti continuino a vivere nell'illusione che non sia così; invece di guardare in faccia la realtà e capire che per mantenere il nostro benessere bisognerà lavorare (e molto) e rinunciare a qualche privilegio, preferiscono guardare la pagliuzza nell'occhio dei vicini.

E così una tale Laura (che verosimilmente di cognome fa De Viso) sul Giornale del Popolo ha sentito il bisogno (tipico di una "zitella inacidita" come talvolta ama definirsi) di scagliarsi contro i redattori del sito Internet di Repubblica rei, a suo dire, di avere descritto la situazione con toni "fin troppo foschi". Ma non è vero!

Noi svizzeri siamo (meglio continuiamo a crederci) i migliori! "Evidentemente - scrive Laura - i redattori del sito del prestigioso quotidiano non hanno fatto i conti con il fatto che un improvviso calo di tensione dalle nostre parti è getito com più efficienza di quanto non lo sia una qualunque sciopero programmato da mesi, aldilà della frontiera di Chiasso".

Continuiamo pure a guardare ai difetti degli altri per non vedere i nostri. L'illusione rimarrà tale. Ma il risveglio sarà brusco e doloroso. Apriamo gli occhi prima che qualcuno ci richiami alla realtà.

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categoria:libere opinioni