«Quando la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono di comune accordo, ogni azione diventa un’opera d’arte» (John Ruskin).
Il prossimo mese di marzo inizia una nuova fase della mia vita. Privato del 50% del mio tempo di lavoro "dipendente" ho deciso di provare a lanciarmi in un lavoro indipendente.
Un "nuovo" lavoro che si riassume in tre figure professionali diverse: giornalista free lance, segretario, business writer (o scrittore d'impresa).
Tre aspetti di un'unica passione: lo scrivere. Passione che vorrei anche completare con la capacità di scrivere piccoli racconti con i quali esprimere, con l'aiuto delle immagini e della fantasia, pensieri, emozioni e realtà.
Ho un'ambizione: quella di riuscire ad essere un artigiano della penna, cioé riuscire a scrivere ogni riga (un comunicato stampa, un protocollo, un articolo di giornale o un racconto) facendo lavorare all'unisono la mano, la testa e il cuore.
Eppure, nell'annunciare l'ambizione di riuscire ad essere un artigiano dello scrivere sono preso da un certo timore. Non posso infatti dimenticare che gli inizi della mia carriera professionale sono stati, almeno indirettamente, segnati dalla figura di Mons. Luigi Del-Pietro. Un grande sacerdote e sindacalista che, al momento di iscriversi al sindacato dei lavoratori edili si definì "un manovale della penna". Non l'ho conosciuto personalmente. È però un esempio di grande impegno e passione nel lavoro e nella vita sociale (oltre che ecclesiastica).
Un ricordo che rende ancor più ardita la mia ambizione. Ma perché non provarci?