«„Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio“. Come dire chi ha fede dimostri che Dio ha a che fare con la ragione, che il suo Dio è la risposta al desiderio di verità, di bellezza, di giustizia che ogni uomo ha nel suo cuore».
Questo, secondo Claudio Mésoniat, il senso del discorso di Benedetto XVI all’università di Regensburg che il Giornale del Popolo ha pubblicato sabato nella versione integrale.
Negli scorsi giorni ho letto il discorso del Papa alla ricerca del contesto nella quale è inserita la frase che, ripresa dai media occidentali e dal Al Jazeera ha scatenato le ire dei fondamentalismi islamici.
Riconosco di non avere gli strumenti per comprendere (già alla prima lettura) tutti i passaggi e le sottigliezze della lezione di Benedetto XVI. Tuttavia, continuo a chiedermi cosa abbia aggiunto alla forza del messaggio centrale (quello appunto riassunto da Mésoniat) la citazione del passaggio con il quale l’imperatore bizantino Manuele II si è rivolto “in modo sorprendentemente brusco” al suo interlocutore per contestare che si possa diffondere la fede per mezzo della spada.
Per la mia comprensione, la frase contestata non aggiunge nulla. Tantomeno, il cuore del messaggio del Papa avrebbe perso di significato o di forza se Manuele II fosse stato citato solo per la convinzione che:
«Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (sun logo) è contrario alla ragione di Dio. La fede è frutto dell’anima non del corpo. Chi dunque vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia…».
Il prof. Ratzinger conosce certamente il sistema dei media. Un sistema che ha contribuito anche a dare forza ai messaggi del suo predecessore Giovanni Paolo II. Proprio per questo doveva sapere che la frase incriminata sarebbe stata estratta dal contesto e rilanciata in tutto il mondo.
E male interpretata. Non solo dai Mussulmani ma anche nel mondo Occidentale. Non solo da coloro che desiderano “respingere la religione nell’ambito delle sottoculture” ma anche da coloro che si appoggiano alla fede e agli insegnamenti del Papa per dare forza alle loro sottoculture.
La prova di questo doppio pericolo la trovo su Il Paese del 22 settembre. Il settimanale della sezione ticinese dell’Unione Democratica di Centro riporta la frase che ha scatenato la polemica quale “supporto della condanna che la Chiesa pronuncia nei confronti della violenza quale strumento per l’imposizione della propria fede”. Una condanna che – dopo il malevolo ricordo delle “colpe” della stessa Chiesa nelle fasi storiche dell’Inquisizione e delle crociate – offre il via ad un rozzo attacco allo “oscurantismo religioso bigotto e intollerante” (sottinteso: anche quello cattolico) ma anche a coloro che desiderano mantenere un atteggiamento aperto al dialogo e una politica delle immigrazioni aperta e votata all’integrazione. E quanti, per favorire l’integrazione e il dialogo tra le culture (e in particolare fra quelle che si riferiscono all’unico Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe) sono disposti anche a permettere la costruzione di moschee e di minareti sono squalificati e definiti: “che gonzi!”.
Capisco il dolore del Papa per essere stato frainteso: la sua volontà di dialogo è chiara ed è stata ribadita ancor oggi e sono anche convinto che in cuor suo abbia riconosciuto almeno una certa imprudenza. Da persona intelligente, forse, sarebbe anche disposto ad ammetterlo: ah, se non ci fosse di mezzo il dogma dell'infallibilità (per altro limitato solo alle questioni della fede).
Il Giornale del Popolo è il quotidiano della Diocesi di Lugano. Il Vescovo Mons. Pier Giacomo Grampa è presidente del Consiglio di amministrazione.