Saggezza
Meglio tacere e dare l'impressione di essere stupidi che parlare e fugare ogni dubbio
Saggezza
Meglio tacere e dare l'impressione di essere stupidi che parlare e fugare ogni dubbio
Apriamo gli occhi
Mercoledì scorso (22 giugno) i treni svizzeri si sono fermati per 4 ore. Un cortocircuito ha fatto crollare il mito della patria dei treni sempre in orario. Qualche anno fa era toccato alla Swissair, con gli aerei rimasti bloccati a terra: mancavano i soldi per acquistare il carburante.
Mercoledì mi sono recato al lavoro in treno. Nel ritorno ho dovuto "subire" una mezz'ora di ritardo. Niente di grave. Il fatto non mi ha sconvolto; mi ha invece confermato che il "Sonderfall Schweiz" non esiste più. Che lo vogliamo o no, siamo in Europa, dobbiamo fare i conti con i Paesi che ci circondano, non siamo i più bravi.
Ma pare che molti continuino a vivere nell'illusione che non sia così; invece di guardare in faccia la realtà e capire che per mantenere il nostro benessere bisognerà lavorare (e molto) e rinunciare a qualche privilegio, preferiscono guardare la pagliuzza nell'occhio dei vicini.
E così una tale Laura (che verosimilmente di cognome fa De Viso) sul Giornale del Popolo ha sentito il bisogno (tipico di una "zitella inacidita" come talvolta ama definirsi) di scagliarsi contro i redattori del sito Internet di Repubblica rei, a suo dire, di avere descritto la situazione con toni "fin troppo foschi". Ma non è vero!
Noi svizzeri siamo (meglio continuiamo a crederci) i migliori! "Evidentemente - scrive Laura - i redattori del sito del prestigioso quotidiano non hanno fatto i conti con il fatto che un improvviso calo di tensione dalle nostre parti è getito com più efficienza di quanto non lo sia una qualunque sciopero programmato da mesi, aldilà della frontiera di Chiasso".
Continuiamo pure a guardare ai difetti degli altri per non vedere i nostri. L'illusione rimarrà tale. Ma il risveglio sarà brusco e doloroso. Apriamo gli occhi prima che qualcuno ci richiami alla realtà.
Guide, non venditori
Abbiamo bisogno del coraggio, non del compiacimento; abbiamo bisogno di una guida, non di un venditore. E l'unica prova della leadership è la capacità di guidare con vigore
JF Kennedy, alla Convention democratica del 1960
Infinito
Solo due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, però non sono sicuro della prima
(Albert Einstein)
Se Dio non ha posto limiti all'intelligenza, perché dovrebbe averne messi alla stupidità
(anonimo in un newsgroup)
Parole senza padroni
È il titolo del contributo di Carlo Ossola su Il Sole 24-Ore di domenica 19 giugno, una presentazione del libro di Daniele del Giudice, Umberto Eco e Gianfranco Ravasi "Nel segno della parola" (Rizzoli).
Il suo incipit mi richiama il Vangelo di Giovanni: "In principio era il Verbo". La parola rinnovatrice e rivoluzionaria. La parola che, secondo il profeta Isaia, uscita dalla bocca di Dio non ritornerà a lui senza avere compiuto ciò per cui è stata mandata.
Oggi non è più così. Per Ossola siamo di fronte ad "uno sciamare di caratteri, prima impressi su solida carta ora diafani e migranti su schermi elettronici".
Mi chiedo. Sappiamo ancora usare le parole. Nel nostro comunicare esse pesano come macigni o, come già per Omero, le nostre parole sono "simili a fiocchi di neve in inverno"?
Ho imparato che scrivere e comunicare non sono necessariamente sinonimi, che un buon giornalista non è automaticamente anche un buon comunicatore, che attorniarsi di giornalisti non assicura la capacità di comunicare e di farsi capire.
"So che non so": e cerco di imparare.
Debolezze
Quando scrivo un comunicato stampa - e lo invio a giornali, radio e televisioni - mi compiaccio dello spazio che riesco ad ottenere. Così, ad esempio, mi concedo "una pacca sulle spalle" se, dopo avere spedito un comunicato stampa (magari all'ultimo momento perché non sempre è possibile anticipare i tempi), tornando a casa la sera ascolto le Cronache regionali e sento leggere, pari pari, le prime 8-10 righe del mio testo.
Il giorno dopo, poi, mi diverto a controllare la percentuale del testo che vedo pubblicata "pari pari", il più delle volte solo con l'aggiunta di corsivi e virgolette che vorrebbero indicare il lavoro (ed il valore aggiunto) del redattore. Confesso di raccogliere spesso ottime percentuali (temo, ahimé, non solo per merito mio).
In questo momento mi chiedo anche se noi che facciamo dello scrivere per altri la nostra professione, non siamo anche un po' masochisti. Già perché continuando a scambiarci consigli e suggerimenti daremo a qualche potenziale cliente la possibilità (o anche solo l'illusione) di poter fare a meno del nostro lavoro. Però, in fondo, va bene anche così. La ricchezza che personalmente ricavo da questi scambi è davvero molta.
Comunicati stampa
Ho avuto la fortuna di trovare, nel grande mare della rete, alcuni utili suggerimenti per il mio lavoro. Tra i molti vi segnalo Il comunicato stampa di Mariella Governo e Alessandro Lucchini (che trovate sul sito Il Mestiere di scrivere di Luisa Carrada) e Come si scrive un comunicato stampa (le cose da fare e da non fare) pubblicato nell'ultima Newsletter di scrittura.org.
Mi permetto aggiungere due consigli.
Pensare ai tempi di chiusura
I giornalisiti sono sempre in lotta contro il tempo. Se il comunicato stampa arriva quando la pagina non è ancora impostata le possibilità di vederlo pubblicato aumentano. Se invece arriva quando il lavoro è ormai finito e la pagina è pronta per il visto del caporedattore.....
Meglio dunque inviare il comunicato stampa il mattino o nelle prime ore del pomeriggio. Questa preoccupazione è importante soprattutto per i quotidiani (è la mia esperienza) ma credo valga anche per i periodici. Forse anche di più: perché quello che oggi è interessante ed attuale, forse non le è più fra una settimana o un mese.
Aiutiamo i giornalisti nel loro lavoro
Le possibilità di vedere pubblicato un comunicato stampa (e di soddisfare le attese del cliente) aumentano se il testo è ben fatto, scritto a blocchi (in modo che, se necessario, si possano "tagliare" capoversi interi) e, soprattutto inviato in un formato (ad esempio word o txt) che eviti di dovere riscrivere il tutto con un bel "copia e incolla".
Vaporware (or vapourware) - FUD (Fear Uncertainty and Doubt)
Materia vaporosa. Espressione ironica del gergo informatico che si riferisce ai seganli di fumo, al fumo senza arrosto. Definisce gli annunci anticipati di prodotti hardware o software di là da venire (o che forse non arriveranno mai). Le aziende ricorrono ad annunci vaporware perché in ritardo sui tempi previsti ma anche per dissuadere la concorrenza o per scoraggiare i clienti dal rivolgersi alla concorrenza. Come dire: una certa soluzione ti interessa (o semplicemente ti intriga)? Aspetta, fra un po' te la proporremo anche noi.
Dall'informatica il vaporware è emigrato anche nel marketing. Una tecnica parente del FUD, acronimo che sta per "Fear Uncertainty and Doubt": insinuare nei clienti la paura del cambiamento, nonche incertezze e dubbi sulla bontà dei concorrenti.
Mi chiedo se anche la politica (e il giornalismo) non abbiano, inconsciamente, imparato ad usare annunci vaporware: per anticipare proposte e iniziative (naturalmente ancora oggetto di studi di approfondimento), minacciare denunce penali, lanciare importanti iniziative o progetti.
Per definizioni più scientifiche si veda l'encicolpedia online Wikipedia alle voci Vaporware e FUD.
Per questo post sono debitore a Franco Carlini e al suo contributo "Se le PA (cioé le Pubbliche amministrazioni) si perdono tra i fumi del vaporware" sul sito della FERPI FEderazione Relazioni Pubbliche Italiana
Proverbi
La prima volta, disonesto tu. La seconda, stupido io.
(Proverbio cinese)
A che serve la serva se la serva non mi serve?
(Amletica domanda, raccolta in Valcolla, molti anni fa)
La via dell'inferno...
Passano i giorni. Belle giornate di sole. La brezza rende limpidi i paesaggi. Peccato dover stare in ufficio. E il blog?
Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa tutti i giorni. "Nullo die sine linea", ammoniscono il saggio e Luisa. Di righe e parole ne scrivo molte tutti i giorni. Ma un conto è scrivere per lavoro e un altro è farlo per il piacere di scrivere o per sperimentare forme e stili.
Anche qui, "la via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni". Ho già pavimentato migliaia di chilometri. A questo punto non mi resta che sperare che l'Inferno non sia solo un posto dove "c'è pianto e stridore di denti".